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Giuseppe Dossetti

La moltiplicazione dei pani e dei pesci


di Giuseppe Dossetti

Diciassettesima Domenica del Tempo Ordinario, Anno B – 29 luglio 2012

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,1-15).

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».

Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.

Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

* * *

Vi è una fame nell’uomo che non è solo quella del pane. Persino i fenomeni, apparentemente assurdi, della droga, dell’avidità insaziabile di sesso e di denaro indicano questa fame, certamente ambigua, ma che Gesù non disprezza. Che uno beva acqua inquinata, non si può approvare; ma non si può dirgli che non deve aver sete.

Piuttosto - ed è quello che farà Gesù nel lungo discorso del capitolo sesto del vangelo di Giovanni, che ci terrà occupati nelle prossime cinque settimane - questa fame e questa sete vanno orientate: “O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite… Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?” (Isaia 55,1-2). E’ già un progresso porre a se stessi una buona domanda: di che cosa ho veramente fame?

Ma Gesù si fa carico anche della povera fame dell’uomo. Egli non è un aristocratico, come Socrate o Seneca, un uomo superiore, un po’ sprezzante verso le necessità quotidiane. Così si è comportato il Dio d’Israele, che ha liberato il popolo dall’Egitto, pur orientandolo verso una libertà più profonda e completa. Giovanni usa qui, come in tutto il suo vangelo, la parola “segno”. Un segno è importante, perché orienta verso la verità piena: basta non fermarsi lì, come invece vorrebbero le folle, pronte a fare re Gesù, come tante volte fa l’uomo con chi gli riempie il ventre.

Questa è anche la via della Chiesa: la parola va accompagnata dai segni e il segno più grande è la carità. Tuttavia il vangelo di oggi sembra ammonire la Chiesa a non preoccuparsi troppo. Rispetto agli altri vangeli, che per ben cinque volte riportano lo stesso episodio, qui c’è una cosa strana: i discepoli proprio non fanno nulla, tranne raccogliere per sé, alla fine, una cesta di cibo per ciascuno. Non richiamano l’attenzione di Gesù sulla fame della folla, non mettono a disposizione i cinque pani, che invece appartengono a un ragazzo, e neppure distribuiscono il pane.

Ci pensa Gesù in persona. E’ un po’ improbabile che sia andata così, con cinquemila uomini: ma l’evangelista vuole sottolineare la presenza di Gesù nella storia di ogni uomo e il suo rapporto diretto con la sua fame. Alla Chiesa compete soltanto “far sedere” la folla, forse aiutare l’uomo a fermarsi, a rientrare in se stesso, a riconoscere la propria fame e Colui che gli viene incontro.


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